NON E' PAZZIA, E' MAL DI VITA!
Da un articolo trovato su internet:
Ci si vergogna di ammettere di essersi volutamente feriti, per paura di non essere capiti, di essere giudicati negativamente ("Sei una sciocca”, “Vuoi solo attenzioni") o addirittura relegati immediatamente nella categoria pazzi. Invece non c'è nulla di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma patologica e non. Il fumo, l'assunzione di stupefacenti, il rosicchiarsi le unghie, l'affamarsi e poi abbuffarsi e vomitare, l'imporsi esercizi ginnici fino allo sfinimento possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto subdole del fenomeno.
Spesso si presenta in concomitanza con altri disturbi psichici (in particolare sindromi maniaco depressive e disturbi del comportamento alimentare). «Questo divenne il mio regolare schema: affamarmi fin tanto che era possibile, abbuffarmi, provare a vomitare, fallire e così tagliarmi il braccio». In genere però la presenza è alternata: quando ci si abbuffa e si scarica lo stress in quel modo, non ci si taglia o autolesiona in altro modo e viceversa. «Dopo due o tre settimane, scoprii che non avevo più bisogno della pre-abbuffata per tagliarmi... infatti il solo ferirmi fisicamente poteva impedire l’abbuffata».
Una recente statistica fa ammontare 5% chi soffre di tale disturbo. Tutta la popolazione ne è coinvolta, indipendentemente dall'età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale; le donne risultano le più colpite. Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia, ma non è un carattere predominante.
La domanda più frequente è: perché?
È un tramutare in sofferenza fisica quindi più facilmente gestibile, più reale una sofferenza emozionale impalpabile, ma presente che non si sa come gestire. Per un po' ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore. Può essere un modo anche per mostrare agli altri che si sta davvero soffrendo, offrendo loro qualcosa di concreto e di comunemente accettato come "dolore". Ancora è possibile che ci si senta talmente morti dentro, talmente apatici dal ricercare nella sofferenza fisica una prova che si è ancora vivi.
Imparato a gestire il dolore interiore in questo modo, ci si abitua, non potendone più fare a meno. («Improvvisamente la mia vita sembrava maneggevole. Potevo controllare il dolore, e seppi che nessuno poteva ferirmi più di quanto io potevo ferire me stessa. Ero anche orgogliosa di poter essere così forte! Questo mi fece sentire meglio di come mi sentivo da lungo tempo»).