Vivere..ma vale la pena vivere?
Vivere. Ma siete convinti di quel che fate, vale davvero la pena vivere? Per chi, per cosa? Una massa enorme di formichine che ogni giorno si alza, si lava, si veste, si mette al volante della propria auto e inizia a correre. Gesti di routine, abitudi inutili e sciocchi riti popolano le giornate di tutti noi e a volte ci si ferma, come me stasera, e ci si chiede: ma ne vale davvero la pena? Perchè vivere..per quei pochi, rari, sprazzi di felicità che faticosamente tentiamo di ottenere. Per quella soddisfazione tanto attesa che ti fa tirare un sospiro di sollievo e pensare "ce l'ho fatta!". Per quell'emozione unica che regala lo sguardo di chi si insinua nei nostri desideri e nel nostro cuore. Per il sorriso di un bimbo, per la tenerezza di un cucciolo. Per la commozione di un lieto fine, per la gioia di una giornata di sole..Ma la prima lezione che la vita ti da è che TUTTO HA UN PREZZO. Queste belle emozioni che la vita ti da le devi pagare, hai un debito che ti tocca saldare: la delusione di un ennesimo no, il voltafaccia di un amico. La sensazione di essere solo, piccolo e incompreso; il vuoto che cerchi di colmare e che puntualmente si ripresenta quando smetti di agire; gli impegni e le responsabilità di qualcosa in cui nemmeno tu in fondo credi. Un addio inaspettato di chi giurava che per te ci sarebbe sempre stato; la morte ingiusta e dolorosa di una persona cara; l'ideale tradito e l'offesa gratuita. L'affanno di una ricerca mirata alla felicità che si dimostra inutile..
Ma vale la pena Vivere??
Io la mia risposta me la sono data, una risposta che potrebbe cambiare nel giro di pochi giorni. Un NO e potrebbe diventare un si prima di tornare a essere un no. Ma una volta data la risposta a questa domanda che fai? Il gesto estremo, l'atto di coraggio supremo, il salto nel vuoto non fa per me. Sono una vigliacca e non so mettere fine ai miei tormenti, pensando alle conseguenze di un tale gesto. O forse la vigliaccheria non c'entra e in seno covo la speranza che tutto possa cambiare, che una mattina mi possa alzare e trovare bella la mia vita e..degna di essere vissuta. La speranza, liberata dal vaso di Pandora, è la peggior piaga tra gli uomini..è quel sentimento che nel giro di pochi minuti mi fa dire:
Si, vale la pena vivere!
Ma non so per quanto..


Raggiungendo le stelle..
Un titolo poetico per un tema che di poetico ha davvero poco ma che rende bene l'idea di quanto la disperazione e la delusione possano insinuarsi nella vita tranquilla di qualcuno e renderlo quello che non avrebbe mai immaginato di poter diventare: un suicida. A Milano il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani, dopo gli incidenti stradali, ma non se ne parla. I suicidi tentati e portati a termine da chi ha meno di 20 anni vengono negati, taciuti e camuffati per poi venire relegati a quella vasta classe di fenomeni inspiegabili chiamata semplicemente "incidenti". Nascosti sotto una spessa coltre di perbenismo secondo cui: i panni sporchi si lavano in famiglia, di certo non li si lascia svolazzare qua e là sporcando la città! Un invalicabile muro di omertà.
Poco più di cento tentativi di suicidi in un anno a Milano, secondo le statistiche ufficiali; più di mille secondo le proiezioni degli esperti. Le classifiche risultano cosi falsate, quelle stesse classifiche in cui l'Italia risulta (dopo il Portogallo) la nazione europea con il minor tasso di suicidio, ma solo perchè, dicono gli esperti, dedita a nascondere le morti volontarie, soprattutto quella dei piu giovani. Esiste una congiura del silenzio che avvolge e anestetizza il problema della decisione di farsi del male. Un silenzio fondato sulla vergogna: del protagonista in crisi, della sua famiglia, della scuola che frequenta. C’è chi tra gli esperti è convinto che non parlare delle forme estreme di disagio giovanile sia meglio: perché diversamente si finisce per istigarle, per creare voglia di emulazione..come se il suicidio potesse diventare una moda! E chi invece sostiene «sulla base dell’osservazione scientifica» che affrontare e approfondire il tema dell’autolesionismo portato all’estremo tra i teenager vuol dire fare azione di prevenzione. In testa, il professor Augusto Pietropolli Charmet (che a molti può non dire molto, ma che da studentessa di Psicologia vi posso assicurare essere un VERO esperto..nulla a che vedere con Morelli, Crepet e il resto degli psicologi da tubo catodico!), psicoterapeuta di fama e di chiaro impegno per salvare i «ragazzi tentati dalla morte». «Nell’ultimo anno ho seguito personalmente 136 casi di tentato suicidio; ritengo che sia un numero da moltiplicare almeno per dieci, che vuol dire oltre 1300 nella sola Milano», dice il professore, che è responsabile scientifico del Crisis Center voluto dall’associazione non profit milanese «L’amico Charly».

Ragazzi che sotto i 20 anni passano le proprie giornate tra scuola e famiglia, due istituzioi che spesso però ignorano o sottovalutano le difficoltà di questi giovani,che non pensano minimamente alle loro esigenze e che giocano a lanciarsi a vicenda accuse quando uno dei ragazzi tenta un estremo gesto di attenzione o cerca un modo per sfogare la propria amarezza: dalla droga all'autolesionismo, dai disturbi alimentari al bullismo, dall' alcool ai comportamenti disinibiti. A volte però capita che nessuno dei suddetti gesti possa sedare l'animo inquieto e allora.."perchè no?" Con quella semplicità e quella tendenza a sentire quintuplicata ogni emozioni, negativa o positiva che sia, tipica degli adolescenti e destinata a essere rimpianta dai 20 anni in su, ci si spinge oltre, si oltrepassa un confine netto, quello tra la Vita e la Morte. Eppure i segnali d'allarme ci sono, ma vengono sempre più spesso ignorati e considerati un normale sintomo della giovinezza, come se odiare se stessi e il proprio mondo, come se non riuscire a essere felici e riuscire a desiderare solo di non esistere fosse normale..Mi chiedo se davvero questa scusa possa mettere a tacere i sensi di colpa di quegli insegnati che hanno ormai perso ogni passione per il proprio lavoro e che si ritrovano ogni giorno a guardare negli occhi dei propri studenti senza cogliere quel disagio che dilania i più e che porta qualcuno di loro al punto di non ritorno.

(Ho pensato a lungo se mettere o meno queste immagini cosi forti, ma poi, esattamente come per le immagini dei precedenti post sui disturbi alimentari, ho deciso di non macchiarmi anche io di omertà e di non diluire i toni, mai girare la testa insomma..)
Ma il senso della vita qual'è? Sono cosi stanca, stufa, triste e mi sento profondamente sola. Non capisco cosa ci sia che non vada, ma in fondo so che non c'è nulla di NUOVO che non vada, solo quello che c'è da almeno 8 anni, quello che non mi fa mai essere felice, quello che mi spinge a sentire il peso di anni che non ho sulle spalle, quello che mi fa pensare che la vita sia solo una fatica e che la felicità non esista. Da quando è finita l'infanzia io non mi sono mai sentita felice, mai! Sono stata serena, soddisfatta, allegra, gioiosa o divertita ma mai felice. Che senso ha vivere una vita che non si sente propria, in cui ogni gesto viene effettuato per inerzia, ogni mattina alzarsi dal letto diventa una fatica immane e la sera si cova sempre la speranza di addormentarsi e mai piu risvegliarsi al pari di una nota principessa del mondo delle fiabe. Io mi sento vuota e stramaleddetamente sola anche quando sono in compagnia, anche in mezzo a centinaia di persone. Ho provato a spiegare ma nessuno capisce..come potrebbero d'altronde se quello che tento di descrivere non ha nè nome nè senso neppure per me?? Ho provato a cambiare, ho provato a trovare nuovi stimoli ma..nulla mi da gioia. Non mi arriva nulla e finisco col sentirmi un aliena in un mondo dove se non sei sempre su di giri, se non ti diverti e non sai far divertire allora vieni bollato come una "palla al piede" e lasciato indietro. Ma..chi può biasimare chi non ha voglia di passare tutto il proprio tempo con chi fatica a trovare la voglia di sorridere?? Io non riesco. Mi sembra che le ore, le giornate, i mesi e gli anni passino cosi velocemente senza che io riesca a capire il senso di tutto quanto capita in queste ore, giornate, mesi e anni. Mi hanno messa su questo mondo dimenticandosi di insegnarmi a essere felice! Mi sento apatica e stanca e da qui la solitudine..

Al mio ultimo post (Io non conosco la risposta) ho ricevuto questo bel commento che ho trovato molto significativo e che decido di pubblicare:
"ognuno di noi attraversa dei momenti particolari che nessun altro può pienamente capire perchè non lo vive sulla propria pelle;ognuno di noi si prefigge uno scopo e cerca di raggiungerlo nel bene e nel male nonostante le mille difficulta che si presentano;ognuno di noi vuole sempre di piu senza rendersi conto di ciò che si ha già tra le mani;ognuno di noi a volte si ferma a riflettere sul perchè di tutto ciò che ci accade.... Ognuno di Noi è se stesso e deve cercare di prendere il meglio da ogni cosa che succede... perchè la giovinezza è breve e dobbiamo divertirci...
ognuno di noi ha bisogno di ricevere un semplice sorriso... da parte di un amico o anche da un perfetto sconosciuto.....
ognuno di noi ha la possibilità di ritrovarsi seduti in una stanza buia davanti ad un pc a sfogarsi e scrivere i propri pensieri..mentre tutti dormono..
domani è un'altro giorno e il silenzio della sera prima ci aiuta (in un modo o nell'altro) a chiarire le nostre idee anche se non ce ne accorgiamo.....
lacrima triste"
NON E' PAZZIA, E' MAL DI VITA!
Da un articolo trovato su internet:
Ci si vergogna di ammettere di essersi volutamente feriti, per paura di non essere capiti, di essere giudicati negativamente ("Sei una sciocca”, “Vuoi solo attenzioni") o addirittura relegati immediatamente nella categoria pazzi. Invece non c'è nulla di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma patologica e non. Il fumo, l'assunzione di stupefacenti, il rosicchiarsi le unghie, l'affamarsi e poi abbuffarsi e vomitare, l'imporsi esercizi ginnici fino allo sfinimento possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto subdole del fenomeno.
Spesso si presenta in concomitanza con altri disturbi psichici (in particolare sindromi maniaco depressive e disturbi del comportamento alimentare). «Questo divenne il mio regolare schema: affamarmi fin tanto che era possibile, abbuffarmi, provare a vomitare, fallire e così tagliarmi il braccio». In genere però la presenza è alternata: quando ci si abbuffa e si scarica lo stress in quel modo, non ci si taglia o autolesiona in altro modo e viceversa. «Dopo due o tre settimane, scoprii che non avevo più bisogno della pre-abbuffata per tagliarmi... infatti il solo ferirmi fisicamente poteva impedire l’abbuffata».
Una recente statistica fa ammontare 5% chi soffre di tale disturbo. Tutta la popolazione ne è coinvolta, indipendentemente dall'età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale; le donne risultano le più colpite. Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia, ma non è un carattere predominante.
La domanda più frequente è: perché?
È un tramutare in sofferenza fisica quindi più facilmente gestibile, più reale una sofferenza emozionale impalpabile, ma presente che non si sa come gestire. Per un po' ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore. Può essere un modo anche per mostrare agli altri che si sta davvero soffrendo, offrendo loro qualcosa di concreto e di comunemente accettato come "dolore". Ancora è possibile che ci si senta talmente morti dentro, talmente apatici dal ricercare nella sofferenza fisica una prova che si è ancora vivi.
Imparato a gestire il dolore interiore in questo modo, ci si abitua, non potendone più fare a meno. («Improvvisamente la mia vita sembrava maneggevole. Potevo controllare il dolore, e seppi che nessuno poteva ferirmi più di quanto io potevo ferire me stessa. Ero anche orgogliosa di poter essere così forte! Questo mi fece sentire meglio di come mi sentivo da lungo tempo»).
Ho ritrovato, almeno in parte, la mia voglia di vivere, la mia forza, il coraggio di lottare e di non chinare mai la testa e…si lo ammetto: anche un po’ di serenità!
Fa quasi paura dirlo, perché ormai non ci speravo più, ma la vita inizia a sorridermi e mi sembra di avere qualche chance in più.
Ho dei progetti, ho degli amici che mi fanno sentire meno sola, ho ritrovato il buon umore…certo questo non vuol dire che viva una favola o che la mia vita sia tutta rosa e fiori, semplicemente ho smesso di lottare contro me stessa e sto cercando di darmi una possibilità per conoscermi e chissà magari anche per diventarmi amica.
Certo ho paura, non so dove sto andando: conosco bene l’inferno e, per quanto detestabile, era un luogo familiare, sapevo come convivere col dolore e potevo persino prevedere cosa sarebbe successo nei giorni seguenti. Avendo vissuto in un circolo vizioso per anni, non c’era certo paura dell’ignoto, ogni evento era facilmente prevedibile; per quanto possa sembrare perverso, l’etichetta di “anoressica” prima e di “bulimica” poi mi davano sicurezza, mi fornivano quell’identità che da sola non riuscivo a trovare.
Ho voglia di recuperare tutto quello che ho perso in questi anni; so che dovrò ancora faticare ed impegnarmi molto per superare la mia malattia ma finalmente sto uscendo da quella realtà fittizia che mi sono costruita intorno. Per anni sono riuscita a vivere isolata in un mondo pieno di gente, a seguire regole che io stessa mi ero imposta, a decidere, infliggere ed espiare autonomamente la trasgressione a quelle norme assurde.
Per difendermi dal mondo esterno ho creato un universo destinato esclusivamente a me, dove vigeva un unico imperativo: essere perfetta!
Ho condannato ogni mia debolezza, ho lottato contro il mio essere, mi sono fatta la guerra per anni…nessuno potrà mai trattarmi con più crudeltà di quanta non ne abbia usata io stessa nei miei confronti.
Ho condannato la mia individualità, il mio essere persona, il mio lato umano inseguendo un modello di perfezione irraggiungibile…
La convinzione comune è quella che le persone che soffrono di disturbi alimentari inseguano un modello di perfezione fisica per sentirsi accettate dalla società, in realtà questa è solo la punta di un iceberg, la parte visibile di un problema molto più profondo.
Chi soffre di disturbi alimentari ricerca la perfezione a 360°, l’eccellenza assoluta. Nessun errore può essere tollerato, nessuna debolezza, nessuna sensazione fisica e nessuno stimolo fisiologico…tra cui quello della fame!
Ho perso la voglia di vivere che ero ancora una bambina e ho vissuto la mia adolescenza negandomi ogni possibilità di essere felice…ma ritrovo oggi la mia allegria e la mia gioia!
Certo ho paura, non so come riuscirà la nuova Erika a superare le difficoltà senza usare i digiuni, le abbuffate, il vomito…ma so che se la vecchia versione non poteva uscire di casa senza un rasoio con cui tagliarsi in segreto per punire i propri “errori”, la nuova Me d’ora in poi si difenderà e si vorrà bene ricercando per sé il meglio che questo mondo possa offrire senza calcolare matematicamente quanto si meriti o quanto abbia diritto a ricevere.
Ho impiegato sette anni per capire che il rispetto verso se stessi è la base per ogni relazione, per riuscire in ogni progetto e per amarsi, ma ora che ho trovato la formula per la “felicità” non ho intenzione di sprecare altro tempo e ho una gran voglia di mettermi a lavorare sodo per procedere nel mio percorso verso la guarigione e più in generale per diventare una persona completa ed equilibrata.
Il minimo che possa fare per me stessa dopo essermi sottoposta a così tante privazioni, è quello di concedermi una nuova possibilità.
Scrivo ora con la massima fiducia e profondo ottimismo, probabilmente nei prossimi mesi sarà dura mantenere la stessa positività, ma parto dall’idea che ogni “ricaduta” non sia un passo indietro nel mio percorso ma solamente una deviazione della strada verso il punto di partenza che verrà corretta più avanti!
Basta pensare a successi o fallimenti, i giudizi affrettati e categorici sulle mie azioni non rendono giustizia all’impegno e agli sforzi che sto facendo per affrontare una malattia terribile.
Se fin’ora ho lottato contro di me, ora voglio lottare per me.
Inizia oggi (anche se detto così è un po’ riduttivo, perché ho impiegato mesi per arrivare a questa consapevolezza!) una nuova fase della mia lotta al disturbo alimentare, che forse differisce da quelle precedenti solo nello stato d’animo con cui affronto le cose o nella visione che ho di me stessa, ma che sento vincente!